V a l e r i j V o s k o b o j n i k o v
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Vol.IV delle Memorie dedicate a Genrich Gustavovič Neuhaus 1]: dall'articolo di V.V che si intitola: "Del più amato e del più caro. Dei più amati e dei più cari", ppgg.387-389, pubblicato per la prima volta in questo blog e tradotto in italiano dallo stesso autore.

Ora vorrei raccontare dei due miracolosi concerti di Richter in qualità di camerista a Firenze nel 1982. Il 13 giugno lui eseguì il Quintetto op.81 di Antonín Dvořák con i “magnifici quattro” del Quartetto Borodin: allora composto da Michail Kopelman, Andrej Abramenkov, Dmitrij Šebalin e Valentin Berlinskij. Tutti possono riascoltare il disco con la registrazione di questo Quintetto effettuata a Praga, ma l'esecuzione dal vivo di quella sera, ancora oggi, la ricordo con emozione e commozione. Che cosa ne faceva Richter del secondo movimento, detto Dumka (cioè “il canto o il pensiero triste, la meditazione”) non lo posso descrivere, ma ci proverò. Dopo l'esposizione del primo tema, lento di carattere narrativo ed elegiaco Andante con moto, dove il pianoforte inizia con un leggero schizzo della terzina come fosse una piccola onda del fiume Vltava e poi prosegue con un canto nelle due mani in unisono, arriva Un pochettino più mosso, nel quale i due violini cantano lo stesso tema, e dove le terzine s'intrecciano con delle quartine dell'accompagnamento della viola e del violoncello, anche il pianoforte prima accompagna questo canto malinconico, mentre poi cambiano le parti.
L'accompagnamento passa agli archi con delle quartine“sospirate”, grazie alla pause intermedie genialmente inventate dal compositore boemo, mentre il pianoforte prosegue l'evoluzione del tema con degli arricchimenti cromatici che non possono non commuovere, con i famosi “mezzi toni”, passando da una tonalità minore all'altra; tutto questo arabesco si svolge con delle sonorità sommesse, con quella malinconia tipicamente slava nascosta nella profondità dell'anima. Richter svolgeva il suo ruolo di solista con una libertà assoluta, seguito fedelmente dai “sedotti” strumentisti, rapiti dalle sue trovate di rubato, delle minime soste sulle note più espressive. Ripeto, il suo assolo pieno di cromatismi struggenti veniva accompagnato dalle delicatissime note sospirate dei quattro maestri del Borodin, perché dopo due note di un violino arrivavano altre due del compagno, sulle pause dell'interprete precedente. Questo autentico miracolo di Un pochettino più mosso viene successivamente interrotto con la ripresa del tema principale in un'altra tonalità, ma poi seguendo la formula ABAB ritorna. E di nuovo questo miracolo, di questi cromatismi e di questi sospiri. Accanto a me il giovanissimo Jurij Bashmet, silenzioso, tutto preso da questo ascolto, a questo punto mi sussurrò: “Ma io sapevo che questo si deve ripetere un'altra volta e me lo aspettavo”. Io invece no, non lo sapevo e mi capitò di provare ancora questa triste beatitudine.
Quella sera nel palco eravamo in tanti, tutti ospiti del Maestro: la pianista Elisaveta Leonskaja, venuta appositamente da Vienna per ascoltare questo concerto, i miei amici Lena e Giorgio Edelman (diventato poi Direttore artistico dei Festival di Camerino e dell'Isola d'Elba ed attualmente Direttore del Ferrara Musica), poi naturalmente la Signora Nina Dorliak e suo nipote Dmitrij, che in questo viaggio aveva svolto il ruolo di autista. Stavamo tutti nello stesso palco, seduti in prima fila, mentre dietro di noi c'era persino una specie di sofà. Mi permisi di scherzare: “ascoltare Richter sul divano!” Al che Mitja puntualmente ribatté: “Da sdraiati”, e si allungò.
Il programma conteneva anche il Primo Quintetto di Antonín Dvořák, quello giovanile op.5, molto bello ma certamente lontano dallo straordinario numero 2.
All'indomani, il 14 giugno, Richter, il Quartetto Borodin e Jurij Bashmet diedero un altro concerto con un programma completamente diverso, tutto Dmitrij Šostakovič: la Sonata per viola e pianoforte op.147, la sua ultima composizione completata in ospedale pochi giorni prima della sua morte, avvenuta nell"agosto del 1975, ed il Quintetto per pianoforte e archi. Ci incontrammo con il Maestro nella hall dell'albergo Kraft, dove si poteva ammirare un manifesto con la scritta: "viola Abramovič Bashmet”. Spiego: il famoso violista e direttore si chiama, alla russa con il nome e patronimico, Jurij Abramovič Bashmet. Qualcuno nel teatro confuse il nome con il patronimico e provvise a stampare questa assurdità. Già nel passato ebbi una simile esperienza a Roma: negl'anni '60 veniva spesso il grande violinista Leonid Kogan con il suo compagno stabile, diciamo accompagnatore, che si chiamava Naum Gennadievič Valter. Stessa storia, il nome Naum, il cognome – che sembrò a qualcuno ancora un nome – Valter, mentre il patronimico “Gennadievič”. E tutta Roma era tappezzata con degli enormi manifesti con la scritta “Leonid Kogan, violino, al pianoforte Gennadievič Valter”. Richter, guardando tristemente il manifesto disse solo: “Chaltura” (la parola russa che significa lavorare senza responsabilità, ovvero puro menefreghismo).
Di giorno, con Lena Edelman, furtivi ci introducemmo nel teatro dove Richter e Jurij stavano provando la Sonata. Conosco bene lo spartito, sul quale tra l'altro Jurij mi fece qualche anno prima una sua tipica dedica che rappresenta il pentagramma con la lettera “B”, scritta a mo' di chiave di viola. La parte del pianoforte in questa composizione è estremamente sintetica, molto scarna e certamente per un Maestro come Richter non presenta delle difficoltà particolari, ma nonostante ciò durante questa prova, con la sua massima disponibilità, chiedeva al giovane collaboratore quali episodi desiderava ripetere. Tra loro ogni tanto c'era qualche parola. Ad un certo punto Jurij chiese a Richter da che cosa dipendesse la qualità del suono del pianoforte. Noi, dal nostro palco, sentimmo la curiosa risposta in cui tutto dipendeva dalla postura. Aggiunse che questo problema gli fu risolto da Neuhaus, il quale gli insegnò di sedersi davanti allo strumento con la schiena appoggiata su una sedia normale, non un panchetto. Per quanto mi risulta, oggi siede al pianoforte in questo modo soltanto Radu Lupu, anch'egli allievo di Neuhaus.
Alla sera del concerto Richter arrivò molto nervoso. - Che succede? - chiesi allarmato agli amici del quartetto. E Mitja Šebalin mi spiegò che all'indomani, insieme al Maestro, avrebbero dovuto suonare a Milano. A Richter, fino all'ultimo momento, non avrebbero svelato il grande segreto e cioè il concerto, con lo stesso programma di Dvořák, che si sarebbe svolto sul palcoscenico della Scala. Però il grande pianista alcuni anni addietro si promise di non tornare mai più nel famoso teatro, ed il motivo fu questo: dopo aver eseguito il suo programma (da solista, quella volta) Richter fu accolto in un modo trionfale, ed evidentemente contento anch'egli, offrì al pubblico milanese svariatibis. Dopo aver suonato il sesto o addirittura il settimo bis, Richter di nuovo si avviò verso il pianoforte sul palco. Ma a metà strada fu fermato bruscamente da un impiegato del palco responsabile di quella sera, il quale, poveretto, era affamato e stanco, così che fece un cenno al Maestro (il tipico gesticolare italiano della pancia) per farsi intendere che era ora di smettere di suonare così che sarebbero andati “a magnà”. Richter infuriato giurò di non rimettere mai più il piede in questo teatro. Ed in quel momento lui scoprì dalla Signora Emy Moresco, la sua agente milanese in seguito sostituita da Milena Borromeo, che il concerto all'indomani si sarebbe svolto a La Scala.
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Valerij Voskobojnikov in compagnia di Sviatoslav Richter, dopo un concerto a Siena. 1993. © SRB/VV |
Mentre stava per iniziare il concerto, mi resi conto – e con me tutti i presenti nel palco – che stava avvenendo un madornale errore da parte degli organizzatori: i dipendenti del teatro fiorentino stavano disponendo sul palco quattro leggii come fu per l'esecuzione del Quintetto di Šostakovič. Invece Richter decise di eseguire all'inizio la Sonata con la viola di Jurij e nella seconda parte il Quintetto. Corsi immediatamente verso il palco, dove trovai l'allora direttore artistico Prof. Luciano Alberti, supplicandolo di non commettere l'errore e così evitare una reazione imprevedibile da parte di Richter, già abbastanza incavolato. L'errore fu evitato, e quando Richter uscì sul palco trovò un solo leggio per Jurij accanto al pianoforte, tutto come si deveva.
Dopo il concerto andai da Sviatoslav Teofilovič con l'intenzione di fargli firmare lo spartito della Sonata. Lui era di buon umore, soddisfatto, si firmò accanto alla dedica di Jurij e poi mi disse:
"Valerij, certo noi ci siamo incontrati molte volte ma mi rimase impresso un nostro incontro casuale: lei stava attraversando il ponte Krymskij a Mosca, mentre noi con Volodja (pittore Vladimir Moroz, allora molto amico del Maestro) stavamo viaggiando in macchina (era una delle prime jeep o fuori strada apparse a Mosca) e ci siamo salutati. Lei aveva un'aria molto romantica, con i lunghi cappelli al vento ..."
Certamente anch'io ricordavo quell'episodio. Richter aveva l'aspetto molto felice, credo che allora si occupasse della costruzione della piccola dimora, la dacia, fuori Mosca vicino al fiume Oka. Eravamo nel lontano 1960...
1] Воскобойников Валерий. О самом любимом и дорогом.О самых любимых и дорогих // Нейгауз Г.Г. Доклады и выступления. Беседы. Открытые уроки. Воспоминания о Г.Г.Нейгаузе – М.: Дека-ВС. 2008. С.380