Intervista per il centenario di Sviatoslav Richter
E l i s s o
V i r s a l a d z e
di Olga Jussova
belcanto.ru
Intervista ad Elisso Virsaladze.Traduzione dal russo di Valerij Voskobojnikov
Olga Jussova ha conversato con la pianista il 10 febbraio 2015 nella città di Nižnij Nogorod dove Elisso Virsaladze insieme a Natalia Gutman ha tenuto un breve ciclo di concerti dedicati a questa data.
28 gennaio Duo Natalia Gutman – Elisso Virsaladze:
Beethoven – Sonate №№1 e 2; Mendelssohn – Sonate №№1 e 2.
30 gennaio Natalia Gutman e Aleksandr Kagan con l'orchestra della Filarmonica sotto la direzione di Aleksandr Skul'skij:
Brahms – Concerto per violino e orchestra (solista Aleksandr Kagan), Prokofiev – Sinfonia concertante per violoncello e orchestra (solista Natalia Gutman)
31 gennaio Solista Elisso Virsaladze:
Liszt – Concerto №1; Grieg – Concerto; Ravel – Concerto №2 per la mano sinistra in re maggiore. Orchestra sinfonica della Filarmonica di Nižnij Nogorod diretta da Aleksandr Skul'skij.
Domanda: Elisso Konstantinovna, ricorda quando avvenne la Sua conoscenza di Sviatoslav Teofilovič? Lei ha frequentato i suoi concerti a Tbilisi? Ho letto che Neuhaus spesso riposava in Georgia e che Richter lo veniva a trovare. Lei ne era a conoscenza?
Risposta: Per la prima volta ascoltai Richter a Kislovodsk [la città termale sul Caucaso: nota di Valerij]. All'epoca avevo nove anni. Questo concerto lo ricordo indubbiamente, anche se debolmente. Nonostante fossi ancora bambina, il nome di Richter già allora per me era molto significativo. Lui veniva a Tbilisi fin dall'inizio della sua carriera, a lungo soggiornava dai nostri conoscenti, studiava, arricchiva il repertorio, e persino durante la guerra spesso dava concerti e naturalmente anche dopo. Non ho la lista cronologica ma penso che lui appariva in Georgia forse ogni anno. Neuhaus effettivamente spesso veniva in Georgia per una vacanza in montagna, e Richter lo raggiungeva per incontrarlo.
C'è stato anche un motivo triste per una sua visita, quando la famosissima pianista, professoressa del Conservatorio di Tbilisi Valentina Konstantinovna Kuftina, si suicidò dopo la morte tragica di suo marito, uno scienziato archeologo. Poco dopo la sua morte Richter dedicò alla sua memoria il suo concerto a Tbilisi. Erano molto legati, lui la stimava molto come musicista e come didatta. Ho assistito a questo concerto.
Da noi in famiglia nelle conversazioni con la nonna molto spesso veniva nominato Heinrich Gustavovič, in quanto loro si conoscevano bene, spesso s'incontravano come didatti. Mentre la nonna non poteva discutere con me le esibizioni di Richter, perché quando io li frequentavo, lei non usciva più di casa, e non poteva intervenire.
D: Nel 1962 Lei si preparava a Mosca al Secondo Concorso “Čajkovskij”, ed è stato proprio Neuhaus ad occuparsi di Lei. Forse in quell'occasione vi siete incontrati con Richter e lui L'ha notata?
R: Penso che non mi abbia notata per niente, e non sono sicura che abbia frequentato il Concorso, perché era talmente avvelenato dal Primo Concorso, al quale per la prima e l'ultima volta nella sua vita fece parte della giuria. Gli è bastata una sola volta. (Ride). Invece sua moglie, Nina L'vovna, mi ha sentito alla prima prova, me lo ricordo bene. Ed è stato esattamente lo stesso anno che io sono entrata nella loro casa. E’ capitato perché Heinrich Gustavovič allora non aveva la propria abitazione ed era ospite di Richter, insieme alla moglie. Ecco come per la prima volta nella mia vita sono capitata in quell'appartamento, in quella famosa atmosfera.
D: Quindi, da giovane Richter visse in casa di Neuhaus e poi al contrario.
R: Esattamente. Richter ha offerto la propria casa al proprio maestro. Ma allora noi non ci siamo visti con Richter, perché venivo solo per studiare con Neuhaus. Ci siamo conosciuti nel 1966. Ed è stato l'unico caso quando lui mi ha dato una lezione a casa sua. Gli ho suonato la Sonata in si bemolle maggiore K 333 di Mozart. Di recente al festival “Serate di dicembre” proprio da questa Sonata ho iniziato il mio recital in suo onore. Mentre allora scelsi appositamente un'opera breve, e lui mi diceva delle cose che, naturalmente, sono rimaste nella mia memoria per tutta la vita. Come al solito, comunicava le sue associazioni a proposito dei vari passi della sonata. Ricordo, che nel secondo movimento egli rivolse la mia attenzione sui cambiamenti armonici che, come a lui sembrava, anticipavano addirittura Wagner.
D: A proposito, in uno dei libri su Richter sono riportate le sue parole su Mozart. Dice che in Mozart gli manca “la freschezza”. E Richter accusa il padre di Mozart, il quale, secondo lui, sfruttava eccessivamente il talento del proprio figlio prodigio.
R: Lo sa, io non mi fido del tutto dei libri su Richter. Lui avrebbe potuto dirlo in uno stato d'animo particolare. Certamente, su molti questioni la sua opinione era immutabile, ma non lo si può dire di tutte le sue espressioni al riguardo della vita e della musica. Alcune sue convinzioni non erano al 100%. Tanto più per quanto riguarda Mozart. Io tante volte ho sentito da Richter parole del tutto opposte su Mozart, senza dimenticare che lui eseguiva le sue opere molto spesso e il come lui le suonava, smentisce a pieno la citazione da lei riportata.
In genere lui era un uomo di umore. E per questo motivo quando mi dicono: ecco, lui ha scritto cosi bene di lei, - non mi permetto per questo motivo di abbandonarmi all'euforia. Si, lui ha scritto su di me delle belle parole nel suo diario, e certamente questo mi fa piacere, non c'è che dire! Ma non bisogna esagerare queste parole, bisogna valutarle con una certa moderazione.
D: Credo che grazie a questa sua espressione molte persone la considerano come una musicista della sua cerchia. Ma in genere, un concetto come “la cerchia di Richter” esisteva? E se si, era abbastanza ristretta oppure larga, secondo lei?
R: Ci sono musicisti che lo conoscevano da più tempo di me e che l'hanno frequentato molto più da vicino, ad esempio Natalia Grigor'evna Gutman. Di me stessa posso dire che ho avuto l’onore di essere sua conoscente lungo un certo periodo della mia vita.
D: Anche quei ricordi che a lei sembrano poco significativi, oggi sono molto preziosi per noi.
R: Lo capisco, anche perché di Richter si raccontano molti pettegolezzi, voci che non corrispondono alla realtà. E nello stesso tempo ricordarlo è difficile, perché lui era così molteplice e talmente multiforme, che qualsiasi ricordo di lui non sarà mai assolutamente preciso. Allo stesso modo tutto ciò che usciva dalla sua bocca, tutte le sue parole non bisogna considerarle come un dogma. Per di più si tratta di una personalità di tali proporzioni che richiede di essere raccontata esclusivamente in termini superlativi.
Voglio dire che il grado superlativo rappresenta la visuale corretta per ricordarlo. Perché lui stesso era così – un fenomeno al di fuori delle norme, un uomo unico, dotato di talenti in vari settori. Poteva diventare pittore, regista, direttore d'orchestra, e probabilmente anche compositore, se lo avesse voluto. Ma egli divenne un interprete e fino alla fine rimase fedele a questa sua scelta. Ed è stato un caso unico. Conosco non pochi musicisti che ad un certo punto “saltavano” dal proprio strumento e affrontavano la direzione. E naturalmente non li si può definire come professionisti appieno in questa sfera. Persino il grande Rostropovič non è stato tanto il direttore-professionista quanto un gigante che mettendosi davanti all'orchestra, ispirava la gente con il proprio carisma.
D: Anche Richter avrebbe potuto diventare un tale gigante.
R: Naturalmente. Sto parlando esattamente di questo. Ma non lo è diventato. Non so che cosa lo ha costretto a concentrarsi soltanto sul proprio strumento. E purtroppo da Richter non ho sentito spiegazioni in proposito. Probabilmente la spiegazione bisogna cercarla nel fatto che il pianoforte comprende una incredibile quantità di possibilità per l'interprete. Una vita non basta per scoprire tutte le sue ricchezze, non mi stanco di ripetere sempre questo.
D: E' noto che Sviatoslav Teofilovič spesso cercava dei paralleli tra le immagini musicali e quelle letterarie o artistiche. A lei è famigliare un tale metodo di pensiero musicale? Anche a lei la musica richiama associazioni concrete con altri generi dell'arte? So che molti musicisti ritengono la musica come un linguaggio astratto, e forse, a partire da tale presupposto, le diverse associazioni possono imporre ad alcune opere musicali il contenuto non previsto dall'autore?
R: Confesso, per me è tutto è diverso. Le immagini che mi appaiono ci sono, ma è come se non ci fossero. Non le si può definire realistiche, perché spesso non hanno analogie né nella vita, né nell'arte. Non sono concrete, piuttosto sono astratte. E in più sono talmente individuali che spesso non posso nemmeno essere condivise con altri. Quando lavoro con uno studente, posso solo nelle linee generali distinguere in esso qualcosa di concreto, ad esempio, il quadro dello stato fisico della persona, cioè quando nella musica stessa c'è un'indicazione della stanchezza oppure al contrario c'è il sollievo, la tristezza o l’allegria. Tutto ciò proviene dalla musica stessa. Ed è sempre collegato soltanto a questa opera e non coinvolge l'immagine di un'altra opera d'arte.
D: Quale, secondo lei, la combinazione delle circostanze che hanno permesso la nascita di un tale genio?
R: Richter è un fenomeno unico. Tutte le sue qualità erano nascoste in lui geneticamente. Da qualsiasi parte fosse nato, lui sarebbe diventato tale quale lo conosciamo. Difficilmente si possono elencare tutti i tratti che producono una tale lega, un risultato talmente incredibile. I suoi talenti naturali vanno moltiplicati per il suo fanatico amore per l'arte. Nella stessa misura egli si appassionava ai suoi vari generi. Mi meravigliavo sempre per come egli sapeva tutto, si ricordava tutto. Inoltre non si trattava di una memoria meccanica, ma del modo di vivere ogni fatto dell'arte. Tutto ciò che egli aveva letto, visto oppure sentito, lo colpiva attraverso il cuore. Per lui non esistevano in genere delle piccolezze, tutto era importante, lui penetrava nella sostanza di tutti i fenomeni, si sforzava di sentire tutto, non oltrepassava i dettagli della vita.
D: Lei sarà d'accordo che nei suoi famosi viaggi per le città della Russia si è riflesso il suo amore per l'uomo, la totale assenza della superbia, e mi sembra che molti musicisti, di diverse generazioni, anche i più giovani, un po' in questo lo imitano.
R: Indubbiamente. La cosa più meravigliosa è che per lui tutto ciò era assolutamente naturale, senza una posa da pathos, desiderio di mostrare la propria nobiltà. In nessun caso! Semplicemente lui aveva desiderio di suonare là, dove nessuno ancora aveva suonato. Per lui non era importante in quale sala e su quale pianoforte avrebbe dovuto suonare, non era per niente capriccioso in questo senso. Per quanto ne so io, con lui viaggiava sempre l'accordatore. Ma si capisce che in molti casi ciò non poteva influenzare la qualità dello strumento. E quando io sento che qualche pianista è andato in quelle città o nell'altro paese con il proprio strumento, questo mi fa ridere.
D: Da numerosi ricordi su Richter si potrebbe dedurre che egli era indifferente verso tutto ciò che materiale.
R: Egli effettivamente era così indifferente che non sapeva nemmeno quanto costano le cose al negozio. Non conosceva il prezzo del denaro in genere. E questa era la qualità organica della sua persona, e sullo sfondo dell'indifferenza verso il mondo materiale, appariva del tutto naturale la sua passione per l'arte.
D: Tra le sue opere preferite egli nominava la fantasia di Schubert “Wanderer”. Secondo lei si potrebbe avvicinare a lui l'immagine di un viandante, indifferente verso la rude materialità, e tutto teso verso l'alto con tutti i suoi sentimenti e pensieri?
R: Siamo tutti viandanti in questa vita...Certamente non gli era estranea la filosofia. E forse proprio così egli spiegava l'amore per questa composizione. Oh, di quest'uomo si può dire tanto e tracciare tanti diversi paralleli... Ma, capisce, egli era prima di tutto un GRANDE ARTISTA. E come non era immutabile qualsiasi sua esecuzione, allo stesso modo è impossibile considerare immutabile l'opinione su di lui di qualsiasi persona e persino la sua personale opinione su se stesso.
Ogni sua esecuzione assolutamente non assomiglia alla precedente. Per me questo è il più prezioso dono in un artista. Richter era terribilmente vario. L'interprete che suona sempre allo stesso modo, non è un artista. Sul palco avviene la nascita immediata dell'opera musicale, e insieme al concerto se ne va nel passato. Ecco, un attimo, e tutto è finito, non c'è più. Il teatro è solo parzialmente imparentato con l'arte dell'interpretazione; anche là, certamente, è possibile la varietà dell'interpretazione. Ma al teatro ci sono le parole, ci sono molti attori ed in più c'è anche un regista, dal quale dipende l'interpretazione degli attori. Invece qui tu sei il regista di te stesso.
D: La reazione del pubblico non ha mai deluso Richter? Anche in provincia non sempre la reazione era adeguata, certamente gli ascoltatori non potevano a volte apprezzare l’unicità di ogni sua interpretazione. Lui suonava per la gente oppure solo per creare una variante perfetta dell’esecuzione?
R: Il suo compito era non di scendere verso l’ascoltatore, ma di alzarlo al proprio livello. L’ascolto dei suoi concerti non era un divertimento e molto spesso non procurava il piacere, ma prima di tutto diventava un lavoro d’animo non tanto facile. Ascoltare Richter non era facile.
D: Valentina Nikolaevna Cembergi descrive un suo concerto nella Grande Sala del Conservatorio di Mosca, quando egli suonò nella prima parte gli Studi sinfonici di Schumann, eseguiti in modo tale da lasciarlo contento, ma in risposta ebbe soltanto applausi moderati. Invece nella seconda parte eseguì Quadri d’un esposizione, secondo lui in modo non riuscito, ed il pubblico esplose con degli enormi applausi. E lui rimase offeso dalla reazione inadeguata da parte degli ascoltatori.
R: Succede spesso ai concerti una cosa simile, è normale. A te sembra di suonare bene, invece alle persone non piace e viceversa. Tutto ciò è molto soggettivo. A volte è proprio impossibile dire perché la tua energia non arriva agli ascoltatori. La moltitudine di varie sfumature possono influenzare il processo dello scambio delle emozioni con il pubblico. Capita che il concerto diventa per l’interprete una lotta con se stesso, per farti arrivare ad un sentimento del dovere e farlo arrivare alla gente in sala. Tutto ciò è imprevedibile.
D: E contare fino a trenta, come insegnava Richter, aiuta?
R: Egli aveva spesso usato una specie di regia nei suoi interventi. Diceva che quando eseguiva la Sonata in si minore di Liszt, il contare fino a trenta lo aiutava ad ottenere il silenzio totale in sala. Certamente, è necessario sapere concentrarsi ma ciò non significa che bisogna imitarlo in modo pedante proprio in questo. A volte capita di vedere un giovane interprete che esce, e poi si vede che sta seduto e nel silenzio conta. Tutto ciò sembra un po’ caricaturale.
D: Qual’è la causa della scontentezza di se stesso da parte di Richter espressa con tanta evidenza? La famosa frase conclusiva nel film di Bruno Monsaingeon: “Non mi piaccio” procura un vero dolore.
R: Penso che nel momento in cui è stata pronunciata questa frase, egli provava uno stato fisico assai grave e se è malato un uomo dotato di tale amore per la vita, di tale potenza, energia, si capisce da dove nasce la sua scontentezza di se stesso. Invece nel campo della interpretazione la scontentezza e un altissimo grado di esigenza nei confronti di se stesso sono del tutto naturali, perché un tale musicista tenta sempre di suonare quella variante perfetta che egli sente dentro se stesso. A volte Richter spendeva ore e giorni per trovarla in una breve frase, e addirittura in poche battute. A me piacciono le parole di Schnabel: “Io suono solo quelle opere che sono al di sopra dell’esecuzione”.
D: Così si può forse dire di molte composizioni.
R: Praticamente di tutto il repertorio del pianista. Pur suonando moltissimo, è impossibile accontentarsi della propria interpretazione.
D: Parzialmente avevo in mente proprio questo. Lei non sentiva in lui quella tristezza nascosta, che è propria a tante persone davvero grandi, e che spesso viene definita da alcune di loro come “l’amarezza dell’esistenza”?
R: Si, si, era esattamente così, e non poteva essere diversamente. E’ del tutto naturale.
D: Nel libro della Cembergi è scritto che dopo un meraviglioso concerto lui si sentì come svuotato e disse: “Ma perché, anche quando tutto va bene, lo stesso rimangono la tristezza e i rimorsi della coscienza?”
R: Per fortuna, grazie a Dio, non era il suo unico stato d’animo. Temo che grazie a questa citazione il lettore potrà farsi un’idea deformata del suo carattere. E’ assai probabile che queste parole sono state dette sotto l’influenza di una momentanea stanchezza. Voglio dire che simili appunti, simili ricordi sono una cosa molto fragile, possono imbarazzare, in quanto non contengono tutte le sfumature delle manifestazioni della personalità di Richter.
D: Vera Vasil’evna Gornostaeva notava che in presenza di Richter era impossibile parlare male di un’altra persona. Lei è d’accordo?
R: In effetti egli personalmente non parlava male di nessuno, almeno io non l’ho mai sentito. Ma questo non significava che ci fossero dei temi proibiti. Con lui si poteva parlare di tanti argomenti, egli era una persona assolutamente naturale. Ad ogni modo io non avevo mai paura di dirgli qualcosa e sentire la sua disapprovazione. Certamente in presenza di una persona simile scattava il controllo interiore, ed era giusto così. Inoltre nella sua cerchia semplicemente non c’era della gente di tendenza aggressiva, ed i temi delle conversazioni prevalentemente riguardavano soggetti interessanti e sublimi.
D: Si potrebbe dire che la vicinanza tra di voi era particolare anche a causa del tragico destino delle persone a voi care: a Richter hanno fucilato il padre, a lei – lo zio.
R: Io da sola non ho mai affrontato con lui questo tema e non sono sicura che egli sapesse della tragedia nella nostra famiglia. Il fatto è che di famiglie simili ce n’erano tante, nel nostro ambiente quasi in ogni famiglia qualcuno del genitori o parenti fu fucilato o arrestato. Ma non è escluso che i suoi amici a Tbilisi gli avessero raccontato della nostra famiglia, quando lui veniva da noi.
Bisognerebbe parlare in termini più vasti: questa parentela, alla quale lei ha accennato, era diffusa allora su molte persone. E’ stato un fatto della nostra vita, dal quale non ci si può nascondere. Terribile che la parentela si basasse su un terreno talmente tragico. Ed è terribile che in quelle circostanze la gente si trovava di fronte alla necessità di sopravvivere. Ma si doveva vivere, si doveva scegliere la strada che portava alla vita. E questa strada molte volte non era dritta e onesta. Si sopravviveva in modi diversi. Qualcuno si adeguava, entrando nel partito, senza considerarlo un compromesso simile come una vergogna. Alcuni solo per poter continuare a lavorare nella propria professione firmavano certe lettere, affinché non gli dessero fastidio, impedendo di suonare o comporre. Ma c’erano anche terze persone, che non accettavano nessun compromesso con la propria coscienza e per questo motivo il loro percorso diventava più complesso.
D: E’ noto il fatto che lei ha partecipato all’ultimo concerto che Richter abbia ascoltato nella propria vita, il 22 giugno 1997, essendo ormai completamente malato.
R: Si, noi – Nataša Gutman, Viktor Tret’jakov ed io abbiamo suonato il Trio di Šostakovič, mentre nella prima parte io ho eseguito la Grande Sonata di Čajkovskij. Per dire il vero, io non sapevo nemmeno in anticipo che Richter sarebbe venuto perché egli era già molto debole. Per lui era l’ultimo festival a Tour, in Francia.
D: Vera Vasil’evna nominò lei tra le poche persone in presenza delle quali si è concluso il percorso terrestre di Sviatoslav Teofilovič e disse anche che grazie a persone simili i suoi ultimi giorni sono stati felici.
R: Io non lo posso dire. Effettivamente sono stata da lui alla Nikolina Gora [la località dove si trovava l’ultima dacia di Richter nei pressi di Mosca] tre-quattro giorni prima della sua morte. Era insopportabile, difficilissimo, assistere a questo suo spegnimento, e persino oggi non riesco a ricordare quei giorni. Ci sono alcuni ricordi nella mia vita talmente terribili che io cerco di non farli ripassare nella mia testa. Uno di questi è proprio il come se ne andava Richter. Sono passati tanti anni eppure mi è pesante parlarne.
D: Lei ha menzionato il Festival di Richter a Tour. Ma lei insieme a pochi altri musicisti ha partecipato quasi a tutte le edizioni delle “Serate di dicembre”. Si ricorda come iniziarono?
R: Effettivamente Sviatoslav Teofilovič mi invitò personalmente e finché egli era vivo io ho suonato molte volte a questo festival. Dopo di lui più di rado. “Le serate di dicembre” erano appieno la sua idea personale, del tutto innovativa, persino rivoluzionaria. Al mondo ci sono molti musei, dove si organizzano le serate musicali, ma questo festival era qualcosa di particolare. Sviatoslav Teofilovič ha unito in esso la pittura e la musica, egli da solo decideva il tema di ogni festival, e nel senso del contenuto dei programmi tutto era sempre molto ricercato, elitario, - nel senso migliore della parola. Molti interpreti arrivavano a questo festival non solo per esibirsi a Mosca, ma venivano proprio da lui, e solo perché erano stati da lui invitati, erano sempre lusingati e colpiti dall’idea stessa del festival. La stima nei suoi confronti era talmente alta che a nessuno passava per la mente il pensiero che si potesse non accettare, nonostante tutti gli impegni.
Non è stato facile inaugurare “Le serate” ma grazie a Irina Antonova che è diventata la collaboratrice e “alleata” di Sviatoslav Teofilovič tutto è stato organizzato in modo meraviglioso. Il Museo di per se è un po’ scomodo per gli interpreti, ed alcuni elementi puramente tecnici non sono stati previsti – ad esempio al festival non c’è posto per scaldarsi. Ma queste piccole scomodità erano superate di gran lunga con la gioia che tu fai parte del festival organizzato da Richter. In sua presenza il festival era davvero l’unicità solo perché lui era presente. Ad un tale gigante alle “Serate” si attribuiva enorme importanza.
D: Il suo personale festival a Telavi si potrebbe pure definire come una impresa richteriana, in quanto anche qui è sempre presente l’accento illuministico?
R: Quando negli anni 1980 insieme ad Oleg Kagan a Nataša Gutman abbiamo cominciato a svolgerlo, volevamo dedicarlo a Neuhaus. Ma questa idea per qualche motivo non si realizzò, forse se l’avessimo svolto a Tbilisi, ciò sarebbe stato più facile. Ma siccome il festival si organizzò a Telavi, si doveva tener conto delle circostanze locali. La manifestazione dedicata a Neuhaus a Telavi diventava artificiale e a me questo aspetto di artificiosità non piaceva. Solo negli ultimi anni l’interesse verso il festival è notevolmente accresciuto. Quindi il prossimo festival che è fissato per il mese di ottobre, sarà dedicato a Richter. Di più: nella tenuta del principe Čavčavadze, la figlia del quale era la moglie di Griboedov, sarà organizzata la mostra dei pittori considerati vicini a lui e saranno esposti anche i suoi personali lavori di pittura. Il pubblico arriva al nostro festival da tutta la Georgia, gli insegnanti ci portano i propri allievi, in quanto accanto ai concerti si svolgono le lezioni pubbliche. Partecipano molti giovani musicisti: ad esempio, il Quartetto che porta il nome di Ojstrach, sono dei ragazzi molto dotati ed io ho già suonato con loro. E ogni volta si unisce un’orchestra da festival.
D: Elisso Konstantinovna, lei stessa che cosa vorrebbe raccontare di Richter, in occasione del suo centenario, che ricordi vorrebbe comunicarci?
R: Noi sempre vogliamo dare una forma ai nostri sentimenti, pensieri, ricordi, fissare qualcosa, fermare certi momenti magici. E ciò è quasi impossibile. Temo di dire qualcosa e se poi questo risulterà una menzogna? Nelle memorie su una persona come lui è importante persino l’intonazione di ogni interiezione. Avrà notato: nei molti ricordi, dedicati ad un genio, all’improvviso tutti diventano i suoi migliori amici? E’ ridicolo. E poi le persone aggiungono ai ricordi le proprie fantasie, invenzioni. Prenda alcuni libri e lei vedrà che ogni autore aveva un proprio Richter. E anche se lei leggerà tutti questi libri, non riuscirà a farsi un’immagine di Richter unitaria.
Di alcuni miei ricordi nemmeno io mi fido al 100%. Ad esempio, non riesco a ricordare alcuni dettagli dei suoi concerti, anche se quando mi trovavo a Mosca, ho cercato sempre di frequentarli tutti. Ogni volta ciò rappresentava un evento colossale, celeberrimo. Ricordo come nella sede del Liceo Mersljakovskij [oggi Collegio Accademico Musicale nella strada omonima] lui suonò tutti i Preludi e Fughe di Bach. Il primo volume, poi il secondo. Che folla accorse! Era impossibile entrare, e ciò nonostante non ci fossero dei manifesti in giro e nessuno fosse stato avvisato prima. Moltissime persone alla fine non sono riuscite a procurarsi l’ingresso. Oppure i suoi concerti al ZDRI [Casa Centrale del Lavoratori dell’Arte], altri. Non vorrei offendere nessuno dei grandi artisti, né nostri né quelli stranieri, ma dopo alcuni dei concerti di Richter semplicemente rimanevi senza fiato, era impossibile riprendersi. E’ difficile persino di mettere qualcuno accanto a lui. Era come se la sua musica ti portasse via, e poi per tutta la vita ti ricordavi questo tuo stato. Io non sono capace di ricostruire certe sfumature tecniche delle sue interpretazioni, ma l’impressione incredibile, lo stato d’animo quasi extra terrestre dopo questi concerti, non mi scorderò mai.
D: E qualche interprete odierno le lascia una impressione talmente forte?
R: Molto di rado, purtroppo. Ogni tanto posso dire che qualcosa mi è molto piaciuto, posso naturalmente ammirare qualche interpretazione. Ma dire che ultimamente abbia provato un autentico sconvolgimento dopo qualche esecuzione, questo no.
D: Secondo me, nel mondo contemporaneo ci sono tanti fattori che rubano all’essere umano la sua energia d’animo, costringono a disperderla sui soggetti indegni. E’ per questo motivo che l’interpretazione non riesce a salire alle altezze richteriane, e gli ascoltatori non sono capaci di provare gli stati estatici a causa delle esecuzioni.
R: Si, certamente è così. Durante un concerto lei può ammirare la maestria tecnica dell’interprete, il suo virtuosismo, ma ecco – finisce questa esecuzione e dopo nulla rimane nell’animo. E questo è terribile. Noi tutti, interpreti e ascoltatori, siamo scesi qualche gradino in giù.
D: Ancora un dettaglio. Forse a lei ciò sembrerà divertente ma io lo trovo piuttosto serio. Ho notato che tutte le persone geniali mantenevano un atteggiamento trepidante nei confronti della natura, degli animali. E Richter, certamente, non faceva eccezione. Se sulla sedia dormiva un gatto, egli non lo cacciava via, ma rimaneva in piedi per non disturbarlo.
R: E’ così. Eppure in lui non si trattava di un sentimentalismo toccante, ma era una seria filosofia della vita. Lo sa, io in genere ritengo che se un uomo non ama gli animali, egli non può amare nemmeno gli esseri umani. E se io scopro che qualche persona famosa è crudele con gli animali, io cambio il mio atteggiamento verso di lui. Mi colpisce in genere di che cosa si occupa l’umanità, invece di unirsi in tutto il mondo e rispondere alla sfide che stanno dinanzi a noi, salvare la natura e se stessi. Tutte le passioni umane in realtà sono misere di fronte al problema della salvezza della natura, e ciò è semplicemente necessario per la nostra sopravvivenza. Noi tutti abbiamo una vita sola! Viene paura a pensare per che cosa spendono la propria vita coloro che scatenano le guerre, uccidono gli uomini e gli animali! E nello stesso tempo noi sappiamo come hanno speso appieno la propria unica vita, i geni simili a Richter. Anche se hanno vissuto in tempi duri, e hanno avuto delle perdite gravissime, ciononostante la loro luminosa energia gli è bastata per trasformare la vita attorno, secondo l’esempio che loro s’immaginavano.
D: I suoi studenti s’interessano di Richer? Chiedono di lui?
R: Ci sono vari studenti. Alcuni conoscono perfettamente la storia dell’arte pianistica nel nostro paese, tra l’altro anche i fatti della biografia di Richter. Ma qualcuno s’interessa poco. A volta si possono incontrare musicisti che in presenza delle proprie capacità limitate si prendono troppo sul serio. Oggi tutti da noi sono i geni, le stelle, e questo fin dalla nascita. A me capitava di sentire persino le espressioni dispregiative sul conto di Richter. Sapete, ciò è semplicemente ridicolo.
Quando Richter era vivo, egli soltanto con il fatto della propria esistenza tratteneva la comunità dei musicisti, ma anche tutti coloro che lo conoscevano e lo apprezzavano, da qualcosa di brutto, basso, triviale. Le personalità di tali proporzioni alzano molto in alto l’asticella dei comportamenti e delle azioni, indicano il percorso verso la verità, come se illuminassero e benedicessero lo spazio attorno a sé. E tutti coloro che entrano nella loro orbita, cominciano a tirarsi verso questo livello, tentano di corrisponderli, iniziano a perfezionarsi e a volte riescono addirittura a superare le proprie doti naturali. Per fortuna, la memoria di LUI non permette a noi, nemmeno oggi, di sbagliare e distinguere la grandezza autentica da quella immaginaria.
Risposta: Per la prima volta ascoltai Richter a Kislovodsk [la città termale sul Caucaso: nota di Valerij]. All'epoca avevo nove anni. Questo concerto lo ricordo indubbiamente, anche se debolmente. Nonostante fossi ancora bambina, il nome di Richter già allora per me era molto significativo. Lui veniva a Tbilisi fin dall'inizio della sua carriera, a lungo soggiornava dai nostri conoscenti, studiava, arricchiva il repertorio, e persino durante la guerra spesso dava concerti e naturalmente anche dopo. Non ho la lista cronologica ma penso che lui appariva in Georgia forse ogni anno. Neuhaus effettivamente spesso veniva in Georgia per una vacanza in montagna, e Richter lo raggiungeva per incontrarlo.
C'è stato anche un motivo triste per una sua visita, quando la famosissima pianista, professoressa del Conservatorio di Tbilisi Valentina Konstantinovna Kuftina, si suicidò dopo la morte tragica di suo marito, uno scienziato archeologo. Poco dopo la sua morte Richter dedicò alla sua memoria il suo concerto a Tbilisi. Erano molto legati, lui la stimava molto come musicista e come didatta. Ho assistito a questo concerto.
Da noi in famiglia nelle conversazioni con la nonna molto spesso veniva nominato Heinrich Gustavovič, in quanto loro si conoscevano bene, spesso s'incontravano come didatti. Mentre la nonna non poteva discutere con me le esibizioni di Richter, perché quando io li frequentavo, lei non usciva più di casa, e non poteva intervenire.
D: Nel 1962 Lei si preparava a Mosca al Secondo Concorso “Čajkovskij”, ed è stato proprio Neuhaus ad occuparsi di Lei. Forse in quell'occasione vi siete incontrati con Richter e lui L'ha notata?
R: Penso che non mi abbia notata per niente, e non sono sicura che abbia frequentato il Concorso, perché era talmente avvelenato dal Primo Concorso, al quale per la prima e l'ultima volta nella sua vita fece parte della giuria. Gli è bastata una sola volta. (Ride). Invece sua moglie, Nina L'vovna, mi ha sentito alla prima prova, me lo ricordo bene. Ed è stato esattamente lo stesso anno che io sono entrata nella loro casa. E’ capitato perché Heinrich Gustavovič allora non aveva la propria abitazione ed era ospite di Richter, insieme alla moglie. Ecco come per la prima volta nella mia vita sono capitata in quell'appartamento, in quella famosa atmosfera.
D: Quindi, da giovane Richter visse in casa di Neuhaus e poi al contrario.
R: Esattamente. Richter ha offerto la propria casa al proprio maestro. Ma allora noi non ci siamo visti con Richter, perché venivo solo per studiare con Neuhaus. Ci siamo conosciuti nel 1966. Ed è stato l'unico caso quando lui mi ha dato una lezione a casa sua. Gli ho suonato la Sonata in si bemolle maggiore K 333 di Mozart. Di recente al festival “Serate di dicembre” proprio da questa Sonata ho iniziato il mio recital in suo onore. Mentre allora scelsi appositamente un'opera breve, e lui mi diceva delle cose che, naturalmente, sono rimaste nella mia memoria per tutta la vita. Come al solito, comunicava le sue associazioni a proposito dei vari passi della sonata. Ricordo, che nel secondo movimento egli rivolse la mia attenzione sui cambiamenti armonici che, come a lui sembrava, anticipavano addirittura Wagner.
D: A proposito, in uno dei libri su Richter sono riportate le sue parole su Mozart. Dice che in Mozart gli manca “la freschezza”. E Richter accusa il padre di Mozart, il quale, secondo lui, sfruttava eccessivamente il talento del proprio figlio prodigio.
R: Lo sa, io non mi fido del tutto dei libri su Richter. Lui avrebbe potuto dirlo in uno stato d'animo particolare. Certamente, su molti questioni la sua opinione era immutabile, ma non lo si può dire di tutte le sue espressioni al riguardo della vita e della musica. Alcune sue convinzioni non erano al 100%. Tanto più per quanto riguarda Mozart. Io tante volte ho sentito da Richter parole del tutto opposte su Mozart, senza dimenticare che lui eseguiva le sue opere molto spesso e il come lui le suonava, smentisce a pieno la citazione da lei riportata.
In genere lui era un uomo di umore. E per questo motivo quando mi dicono: ecco, lui ha scritto cosi bene di lei, - non mi permetto per questo motivo di abbandonarmi all'euforia. Si, lui ha scritto su di me delle belle parole nel suo diario, e certamente questo mi fa piacere, non c'è che dire! Ma non bisogna esagerare queste parole, bisogna valutarle con una certa moderazione.
D: Credo che grazie a questa sua espressione molte persone la considerano come una musicista della sua cerchia. Ma in genere, un concetto come “la cerchia di Richter” esisteva? E se si, era abbastanza ristretta oppure larga, secondo lei?
R: Ci sono musicisti che lo conoscevano da più tempo di me e che l'hanno frequentato molto più da vicino, ad esempio Natalia Grigor'evna Gutman. Di me stessa posso dire che ho avuto l’onore di essere sua conoscente lungo un certo periodo della mia vita.
D: Anche quei ricordi che a lei sembrano poco significativi, oggi sono molto preziosi per noi.
R: Lo capisco, anche perché di Richter si raccontano molti pettegolezzi, voci che non corrispondono alla realtà. E nello stesso tempo ricordarlo è difficile, perché lui era così molteplice e talmente multiforme, che qualsiasi ricordo di lui non sarà mai assolutamente preciso. Allo stesso modo tutto ciò che usciva dalla sua bocca, tutte le sue parole non bisogna considerarle come un dogma. Per di più si tratta di una personalità di tali proporzioni che richiede di essere raccontata esclusivamente in termini superlativi.
Voglio dire che il grado superlativo rappresenta la visuale corretta per ricordarlo. Perché lui stesso era così – un fenomeno al di fuori delle norme, un uomo unico, dotato di talenti in vari settori. Poteva diventare pittore, regista, direttore d'orchestra, e probabilmente anche compositore, se lo avesse voluto. Ma egli divenne un interprete e fino alla fine rimase fedele a questa sua scelta. Ed è stato un caso unico. Conosco non pochi musicisti che ad un certo punto “saltavano” dal proprio strumento e affrontavano la direzione. E naturalmente non li si può definire come professionisti appieno in questa sfera. Persino il grande Rostropovič non è stato tanto il direttore-professionista quanto un gigante che mettendosi davanti all'orchestra, ispirava la gente con il proprio carisma.
D: Anche Richter avrebbe potuto diventare un tale gigante.
R: Naturalmente. Sto parlando esattamente di questo. Ma non lo è diventato. Non so che cosa lo ha costretto a concentrarsi soltanto sul proprio strumento. E purtroppo da Richter non ho sentito spiegazioni in proposito. Probabilmente la spiegazione bisogna cercarla nel fatto che il pianoforte comprende una incredibile quantità di possibilità per l'interprete. Una vita non basta per scoprire tutte le sue ricchezze, non mi stanco di ripetere sempre questo.
D: E' noto che Sviatoslav Teofilovič spesso cercava dei paralleli tra le immagini musicali e quelle letterarie o artistiche. A lei è famigliare un tale metodo di pensiero musicale? Anche a lei la musica richiama associazioni concrete con altri generi dell'arte? So che molti musicisti ritengono la musica come un linguaggio astratto, e forse, a partire da tale presupposto, le diverse associazioni possono imporre ad alcune opere musicali il contenuto non previsto dall'autore?
R: Confesso, per me è tutto è diverso. Le immagini che mi appaiono ci sono, ma è come se non ci fossero. Non le si può definire realistiche, perché spesso non hanno analogie né nella vita, né nell'arte. Non sono concrete, piuttosto sono astratte. E in più sono talmente individuali che spesso non posso nemmeno essere condivise con altri. Quando lavoro con uno studente, posso solo nelle linee generali distinguere in esso qualcosa di concreto, ad esempio, il quadro dello stato fisico della persona, cioè quando nella musica stessa c'è un'indicazione della stanchezza oppure al contrario c'è il sollievo, la tristezza o l’allegria. Tutto ciò proviene dalla musica stessa. Ed è sempre collegato soltanto a questa opera e non coinvolge l'immagine di un'altra opera d'arte.
D: Quale, secondo lei, la combinazione delle circostanze che hanno permesso la nascita di un tale genio?
R: Richter è un fenomeno unico. Tutte le sue qualità erano nascoste in lui geneticamente. Da qualsiasi parte fosse nato, lui sarebbe diventato tale quale lo conosciamo. Difficilmente si possono elencare tutti i tratti che producono una tale lega, un risultato talmente incredibile. I suoi talenti naturali vanno moltiplicati per il suo fanatico amore per l'arte. Nella stessa misura egli si appassionava ai suoi vari generi. Mi meravigliavo sempre per come egli sapeva tutto, si ricordava tutto. Inoltre non si trattava di una memoria meccanica, ma del modo di vivere ogni fatto dell'arte. Tutto ciò che egli aveva letto, visto oppure sentito, lo colpiva attraverso il cuore. Per lui non esistevano in genere delle piccolezze, tutto era importante, lui penetrava nella sostanza di tutti i fenomeni, si sforzava di sentire tutto, non oltrepassava i dettagli della vita.
D: Lei sarà d'accordo che nei suoi famosi viaggi per le città della Russia si è riflesso il suo amore per l'uomo, la totale assenza della superbia, e mi sembra che molti musicisti, di diverse generazioni, anche i più giovani, un po' in questo lo imitano.
R: Indubbiamente. La cosa più meravigliosa è che per lui tutto ciò era assolutamente naturale, senza una posa da pathos, desiderio di mostrare la propria nobiltà. In nessun caso! Semplicemente lui aveva desiderio di suonare là, dove nessuno ancora aveva suonato. Per lui non era importante in quale sala e su quale pianoforte avrebbe dovuto suonare, non era per niente capriccioso in questo senso. Per quanto ne so io, con lui viaggiava sempre l'accordatore. Ma si capisce che in molti casi ciò non poteva influenzare la qualità dello strumento. E quando io sento che qualche pianista è andato in quelle città o nell'altro paese con il proprio strumento, questo mi fa ridere.
D: Da numerosi ricordi su Richter si potrebbe dedurre che egli era indifferente verso tutto ciò che materiale.
R: Egli effettivamente era così indifferente che non sapeva nemmeno quanto costano le cose al negozio. Non conosceva il prezzo del denaro in genere. E questa era la qualità organica della sua persona, e sullo sfondo dell'indifferenza verso il mondo materiale, appariva del tutto naturale la sua passione per l'arte.
D: Tra le sue opere preferite egli nominava la fantasia di Schubert “Wanderer”. Secondo lei si potrebbe avvicinare a lui l'immagine di un viandante, indifferente verso la rude materialità, e tutto teso verso l'alto con tutti i suoi sentimenti e pensieri?
R: Siamo tutti viandanti in questa vita...Certamente non gli era estranea la filosofia. E forse proprio così egli spiegava l'amore per questa composizione. Oh, di quest'uomo si può dire tanto e tracciare tanti diversi paralleli... Ma, capisce, egli era prima di tutto un GRANDE ARTISTA. E come non era immutabile qualsiasi sua esecuzione, allo stesso modo è impossibile considerare immutabile l'opinione su di lui di qualsiasi persona e persino la sua personale opinione su se stesso.
Ogni sua esecuzione assolutamente non assomiglia alla precedente. Per me questo è il più prezioso dono in un artista. Richter era terribilmente vario. L'interprete che suona sempre allo stesso modo, non è un artista. Sul palco avviene la nascita immediata dell'opera musicale, e insieme al concerto se ne va nel passato. Ecco, un attimo, e tutto è finito, non c'è più. Il teatro è solo parzialmente imparentato con l'arte dell'interpretazione; anche là, certamente, è possibile la varietà dell'interpretazione. Ma al teatro ci sono le parole, ci sono molti attori ed in più c'è anche un regista, dal quale dipende l'interpretazione degli attori. Invece qui tu sei il regista di te stesso.
D: La reazione del pubblico non ha mai deluso Richter? Anche in provincia non sempre la reazione era adeguata, certamente gli ascoltatori non potevano a volte apprezzare l’unicità di ogni sua interpretazione. Lui suonava per la gente oppure solo per creare una variante perfetta dell’esecuzione?
R: Il suo compito era non di scendere verso l’ascoltatore, ma di alzarlo al proprio livello. L’ascolto dei suoi concerti non era un divertimento e molto spesso non procurava il piacere, ma prima di tutto diventava un lavoro d’animo non tanto facile. Ascoltare Richter non era facile.
D: Valentina Nikolaevna Cembergi descrive un suo concerto nella Grande Sala del Conservatorio di Mosca, quando egli suonò nella prima parte gli Studi sinfonici di Schumann, eseguiti in modo tale da lasciarlo contento, ma in risposta ebbe soltanto applausi moderati. Invece nella seconda parte eseguì Quadri d’un esposizione, secondo lui in modo non riuscito, ed il pubblico esplose con degli enormi applausi. E lui rimase offeso dalla reazione inadeguata da parte degli ascoltatori.
R: Succede spesso ai concerti una cosa simile, è normale. A te sembra di suonare bene, invece alle persone non piace e viceversa. Tutto ciò è molto soggettivo. A volte è proprio impossibile dire perché la tua energia non arriva agli ascoltatori. La moltitudine di varie sfumature possono influenzare il processo dello scambio delle emozioni con il pubblico. Capita che il concerto diventa per l’interprete una lotta con se stesso, per farti arrivare ad un sentimento del dovere e farlo arrivare alla gente in sala. Tutto ciò è imprevedibile.
D: E contare fino a trenta, come insegnava Richter, aiuta?
R: Egli aveva spesso usato una specie di regia nei suoi interventi. Diceva che quando eseguiva la Sonata in si minore di Liszt, il contare fino a trenta lo aiutava ad ottenere il silenzio totale in sala. Certamente, è necessario sapere concentrarsi ma ciò non significa che bisogna imitarlo in modo pedante proprio in questo. A volte capita di vedere un giovane interprete che esce, e poi si vede che sta seduto e nel silenzio conta. Tutto ciò sembra un po’ caricaturale.
D: Qual’è la causa della scontentezza di se stesso da parte di Richter espressa con tanta evidenza? La famosa frase conclusiva nel film di Bruno Monsaingeon: “Non mi piaccio” procura un vero dolore.
R: Penso che nel momento in cui è stata pronunciata questa frase, egli provava uno stato fisico assai grave e se è malato un uomo dotato di tale amore per la vita, di tale potenza, energia, si capisce da dove nasce la sua scontentezza di se stesso. Invece nel campo della interpretazione la scontentezza e un altissimo grado di esigenza nei confronti di se stesso sono del tutto naturali, perché un tale musicista tenta sempre di suonare quella variante perfetta che egli sente dentro se stesso. A volte Richter spendeva ore e giorni per trovarla in una breve frase, e addirittura in poche battute. A me piacciono le parole di Schnabel: “Io suono solo quelle opere che sono al di sopra dell’esecuzione”.
D: Così si può forse dire di molte composizioni.
R: Praticamente di tutto il repertorio del pianista. Pur suonando moltissimo, è impossibile accontentarsi della propria interpretazione.
D: Parzialmente avevo in mente proprio questo. Lei non sentiva in lui quella tristezza nascosta, che è propria a tante persone davvero grandi, e che spesso viene definita da alcune di loro come “l’amarezza dell’esistenza”?
R: Si, si, era esattamente così, e non poteva essere diversamente. E’ del tutto naturale.
D: Nel libro della Cembergi è scritto che dopo un meraviglioso concerto lui si sentì come svuotato e disse: “Ma perché, anche quando tutto va bene, lo stesso rimangono la tristezza e i rimorsi della coscienza?”
R: Per fortuna, grazie a Dio, non era il suo unico stato d’animo. Temo che grazie a questa citazione il lettore potrà farsi un’idea deformata del suo carattere. E’ assai probabile che queste parole sono state dette sotto l’influenza di una momentanea stanchezza. Voglio dire che simili appunti, simili ricordi sono una cosa molto fragile, possono imbarazzare, in quanto non contengono tutte le sfumature delle manifestazioni della personalità di Richter.
D: Vera Vasil’evna Gornostaeva notava che in presenza di Richter era impossibile parlare male di un’altra persona. Lei è d’accordo?
R: In effetti egli personalmente non parlava male di nessuno, almeno io non l’ho mai sentito. Ma questo non significava che ci fossero dei temi proibiti. Con lui si poteva parlare di tanti argomenti, egli era una persona assolutamente naturale. Ad ogni modo io non avevo mai paura di dirgli qualcosa e sentire la sua disapprovazione. Certamente in presenza di una persona simile scattava il controllo interiore, ed era giusto così. Inoltre nella sua cerchia semplicemente non c’era della gente di tendenza aggressiva, ed i temi delle conversazioni prevalentemente riguardavano soggetti interessanti e sublimi.
D: Si potrebbe dire che la vicinanza tra di voi era particolare anche a causa del tragico destino delle persone a voi care: a Richter hanno fucilato il padre, a lei – lo zio.
R: Io da sola non ho mai affrontato con lui questo tema e non sono sicura che egli sapesse della tragedia nella nostra famiglia. Il fatto è che di famiglie simili ce n’erano tante, nel nostro ambiente quasi in ogni famiglia qualcuno del genitori o parenti fu fucilato o arrestato. Ma non è escluso che i suoi amici a Tbilisi gli avessero raccontato della nostra famiglia, quando lui veniva da noi.
Bisognerebbe parlare in termini più vasti: questa parentela, alla quale lei ha accennato, era diffusa allora su molte persone. E’ stato un fatto della nostra vita, dal quale non ci si può nascondere. Terribile che la parentela si basasse su un terreno talmente tragico. Ed è terribile che in quelle circostanze la gente si trovava di fronte alla necessità di sopravvivere. Ma si doveva vivere, si doveva scegliere la strada che portava alla vita. E questa strada molte volte non era dritta e onesta. Si sopravviveva in modi diversi. Qualcuno si adeguava, entrando nel partito, senza considerarlo un compromesso simile come una vergogna. Alcuni solo per poter continuare a lavorare nella propria professione firmavano certe lettere, affinché non gli dessero fastidio, impedendo di suonare o comporre. Ma c’erano anche terze persone, che non accettavano nessun compromesso con la propria coscienza e per questo motivo il loro percorso diventava più complesso.
D: E’ noto il fatto che lei ha partecipato all’ultimo concerto che Richter abbia ascoltato nella propria vita, il 22 giugno 1997, essendo ormai completamente malato.
R: Si, noi – Nataša Gutman, Viktor Tret’jakov ed io abbiamo suonato il Trio di Šostakovič, mentre nella prima parte io ho eseguito la Grande Sonata di Čajkovskij. Per dire il vero, io non sapevo nemmeno in anticipo che Richter sarebbe venuto perché egli era già molto debole. Per lui era l’ultimo festival a Tour, in Francia.
D: Vera Vasil’evna nominò lei tra le poche persone in presenza delle quali si è concluso il percorso terrestre di Sviatoslav Teofilovič e disse anche che grazie a persone simili i suoi ultimi giorni sono stati felici.
R: Io non lo posso dire. Effettivamente sono stata da lui alla Nikolina Gora [la località dove si trovava l’ultima dacia di Richter nei pressi di Mosca] tre-quattro giorni prima della sua morte. Era insopportabile, difficilissimo, assistere a questo suo spegnimento, e persino oggi non riesco a ricordare quei giorni. Ci sono alcuni ricordi nella mia vita talmente terribili che io cerco di non farli ripassare nella mia testa. Uno di questi è proprio il come se ne andava Richter. Sono passati tanti anni eppure mi è pesante parlarne.
D: Lei ha menzionato il Festival di Richter a Tour. Ma lei insieme a pochi altri musicisti ha partecipato quasi a tutte le edizioni delle “Serate di dicembre”. Si ricorda come iniziarono?
R: Effettivamente Sviatoslav Teofilovič mi invitò personalmente e finché egli era vivo io ho suonato molte volte a questo festival. Dopo di lui più di rado. “Le serate di dicembre” erano appieno la sua idea personale, del tutto innovativa, persino rivoluzionaria. Al mondo ci sono molti musei, dove si organizzano le serate musicali, ma questo festival era qualcosa di particolare. Sviatoslav Teofilovič ha unito in esso la pittura e la musica, egli da solo decideva il tema di ogni festival, e nel senso del contenuto dei programmi tutto era sempre molto ricercato, elitario, - nel senso migliore della parola. Molti interpreti arrivavano a questo festival non solo per esibirsi a Mosca, ma venivano proprio da lui, e solo perché erano stati da lui invitati, erano sempre lusingati e colpiti dall’idea stessa del festival. La stima nei suoi confronti era talmente alta che a nessuno passava per la mente il pensiero che si potesse non accettare, nonostante tutti gli impegni.
Non è stato facile inaugurare “Le serate” ma grazie a Irina Antonova che è diventata la collaboratrice e “alleata” di Sviatoslav Teofilovič tutto è stato organizzato in modo meraviglioso. Il Museo di per se è un po’ scomodo per gli interpreti, ed alcuni elementi puramente tecnici non sono stati previsti – ad esempio al festival non c’è posto per scaldarsi. Ma queste piccole scomodità erano superate di gran lunga con la gioia che tu fai parte del festival organizzato da Richter. In sua presenza il festival era davvero l’unicità solo perché lui era presente. Ad un tale gigante alle “Serate” si attribuiva enorme importanza.
D: Il suo personale festival a Telavi si potrebbe pure definire come una impresa richteriana, in quanto anche qui è sempre presente l’accento illuministico?
R: Quando negli anni 1980 insieme ad Oleg Kagan a Nataša Gutman abbiamo cominciato a svolgerlo, volevamo dedicarlo a Neuhaus. Ma questa idea per qualche motivo non si realizzò, forse se l’avessimo svolto a Tbilisi, ciò sarebbe stato più facile. Ma siccome il festival si organizzò a Telavi, si doveva tener conto delle circostanze locali. La manifestazione dedicata a Neuhaus a Telavi diventava artificiale e a me questo aspetto di artificiosità non piaceva. Solo negli ultimi anni l’interesse verso il festival è notevolmente accresciuto. Quindi il prossimo festival che è fissato per il mese di ottobre, sarà dedicato a Richter. Di più: nella tenuta del principe Čavčavadze, la figlia del quale era la moglie di Griboedov, sarà organizzata la mostra dei pittori considerati vicini a lui e saranno esposti anche i suoi personali lavori di pittura. Il pubblico arriva al nostro festival da tutta la Georgia, gli insegnanti ci portano i propri allievi, in quanto accanto ai concerti si svolgono le lezioni pubbliche. Partecipano molti giovani musicisti: ad esempio, il Quartetto che porta il nome di Ojstrach, sono dei ragazzi molto dotati ed io ho già suonato con loro. E ogni volta si unisce un’orchestra da festival.
D: Elisso Konstantinovna, lei stessa che cosa vorrebbe raccontare di Richter, in occasione del suo centenario, che ricordi vorrebbe comunicarci?
R: Noi sempre vogliamo dare una forma ai nostri sentimenti, pensieri, ricordi, fissare qualcosa, fermare certi momenti magici. E ciò è quasi impossibile. Temo di dire qualcosa e se poi questo risulterà una menzogna? Nelle memorie su una persona come lui è importante persino l’intonazione di ogni interiezione. Avrà notato: nei molti ricordi, dedicati ad un genio, all’improvviso tutti diventano i suoi migliori amici? E’ ridicolo. E poi le persone aggiungono ai ricordi le proprie fantasie, invenzioni. Prenda alcuni libri e lei vedrà che ogni autore aveva un proprio Richter. E anche se lei leggerà tutti questi libri, non riuscirà a farsi un’immagine di Richter unitaria.
Di alcuni miei ricordi nemmeno io mi fido al 100%. Ad esempio, non riesco a ricordare alcuni dettagli dei suoi concerti, anche se quando mi trovavo a Mosca, ho cercato sempre di frequentarli tutti. Ogni volta ciò rappresentava un evento colossale, celeberrimo. Ricordo come nella sede del Liceo Mersljakovskij [oggi Collegio Accademico Musicale nella strada omonima] lui suonò tutti i Preludi e Fughe di Bach. Il primo volume, poi il secondo. Che folla accorse! Era impossibile entrare, e ciò nonostante non ci fossero dei manifesti in giro e nessuno fosse stato avvisato prima. Moltissime persone alla fine non sono riuscite a procurarsi l’ingresso. Oppure i suoi concerti al ZDRI [Casa Centrale del Lavoratori dell’Arte], altri. Non vorrei offendere nessuno dei grandi artisti, né nostri né quelli stranieri, ma dopo alcuni dei concerti di Richter semplicemente rimanevi senza fiato, era impossibile riprendersi. E’ difficile persino di mettere qualcuno accanto a lui. Era come se la sua musica ti portasse via, e poi per tutta la vita ti ricordavi questo tuo stato. Io non sono capace di ricostruire certe sfumature tecniche delle sue interpretazioni, ma l’impressione incredibile, lo stato d’animo quasi extra terrestre dopo questi concerti, non mi scorderò mai.
D: E qualche interprete odierno le lascia una impressione talmente forte?
R: Molto di rado, purtroppo. Ogni tanto posso dire che qualcosa mi è molto piaciuto, posso naturalmente ammirare qualche interpretazione. Ma dire che ultimamente abbia provato un autentico sconvolgimento dopo qualche esecuzione, questo no.
D: Secondo me, nel mondo contemporaneo ci sono tanti fattori che rubano all’essere umano la sua energia d’animo, costringono a disperderla sui soggetti indegni. E’ per questo motivo che l’interpretazione non riesce a salire alle altezze richteriane, e gli ascoltatori non sono capaci di provare gli stati estatici a causa delle esecuzioni.
R: Si, certamente è così. Durante un concerto lei può ammirare la maestria tecnica dell’interprete, il suo virtuosismo, ma ecco – finisce questa esecuzione e dopo nulla rimane nell’animo. E questo è terribile. Noi tutti, interpreti e ascoltatori, siamo scesi qualche gradino in giù.
D: Ancora un dettaglio. Forse a lei ciò sembrerà divertente ma io lo trovo piuttosto serio. Ho notato che tutte le persone geniali mantenevano un atteggiamento trepidante nei confronti della natura, degli animali. E Richter, certamente, non faceva eccezione. Se sulla sedia dormiva un gatto, egli non lo cacciava via, ma rimaneva in piedi per non disturbarlo.
R: E’ così. Eppure in lui non si trattava di un sentimentalismo toccante, ma era una seria filosofia della vita. Lo sa, io in genere ritengo che se un uomo non ama gli animali, egli non può amare nemmeno gli esseri umani. E se io scopro che qualche persona famosa è crudele con gli animali, io cambio il mio atteggiamento verso di lui. Mi colpisce in genere di che cosa si occupa l’umanità, invece di unirsi in tutto il mondo e rispondere alla sfide che stanno dinanzi a noi, salvare la natura e se stessi. Tutte le passioni umane in realtà sono misere di fronte al problema della salvezza della natura, e ciò è semplicemente necessario per la nostra sopravvivenza. Noi tutti abbiamo una vita sola! Viene paura a pensare per che cosa spendono la propria vita coloro che scatenano le guerre, uccidono gli uomini e gli animali! E nello stesso tempo noi sappiamo come hanno speso appieno la propria unica vita, i geni simili a Richter. Anche se hanno vissuto in tempi duri, e hanno avuto delle perdite gravissime, ciononostante la loro luminosa energia gli è bastata per trasformare la vita attorno, secondo l’esempio che loro s’immaginavano.
D: I suoi studenti s’interessano di Richer? Chiedono di lui?
R: Ci sono vari studenti. Alcuni conoscono perfettamente la storia dell’arte pianistica nel nostro paese, tra l’altro anche i fatti della biografia di Richter. Ma qualcuno s’interessa poco. A volta si possono incontrare musicisti che in presenza delle proprie capacità limitate si prendono troppo sul serio. Oggi tutti da noi sono i geni, le stelle, e questo fin dalla nascita. A me capitava di sentire persino le espressioni dispregiative sul conto di Richter. Sapete, ciò è semplicemente ridicolo.
Quando Richter era vivo, egli soltanto con il fatto della propria esistenza tratteneva la comunità dei musicisti, ma anche tutti coloro che lo conoscevano e lo apprezzavano, da qualcosa di brutto, basso, triviale. Le personalità di tali proporzioni alzano molto in alto l’asticella dei comportamenti e delle azioni, indicano il percorso verso la verità, come se illuminassero e benedicessero lo spazio attorno a sé. E tutti coloro che entrano nella loro orbita, cominciano a tirarsi verso questo livello, tentano di corrisponderli, iniziano a perfezionarsi e a volte riescono addirittura a superare le proprie doti naturali. Per fortuna, la memoria di LUI non permette a noi, nemmeno oggi, di sbagliare e distinguere la grandezza autentica da quella immaginaria.