Tours, 1970
Una citazione (riportata) di Richtersu
Arturo Benedetti Michelangeli
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Fotografia di Suzie Maeder. LEBRECHT COLLECTION |
«Non è stato un concerto, bensì il monumento a Beethoven; nessuno di noi pianisti arriverà mai all'altezza di Michelangeli».
(Sviatoslav Richter, TOURS 1970)
Da "SEI CONCERTI NEL GRANAIO". Di MYA TANNENBAUM
TOURS. All'inizio era stato un colpo di fulmine: magica integrazione fra personaggio e paesaggio. Sviatoslav Richter. il più celebre pianista sovietico, si era lasciato fotografare sui prati. Il russo in primo piano, con le spighe intorno; il russo di profilo, e i violacei vini locali sullo sfondo. « Il mio festival nascerà qui, disse, en Touraine ». E il fumettone poetico prese l'avvio, sostenuto dal sindaco e da un comitato direttivo: quattordici volontari agli ordini di Richter. Un paio di medici, un architetto, le rispettive mogli, la direttrice dell'ufficio turistico di Tours, una dama dal nome olandese, suo marito, discendente dell'inventore di un metodo di solfeggio assai diffuso. « Il nostro festival », disse il dottor Le Chevallier, vicepresidente del comitato « sarà allegro come una festa ». Un festival fatto per gioco, Fêtes Musicales, appunto. Al centro di Tours, i ruderi precristiani e romani (..)
Da quel momento Pierre Boille, l'architetto che ama le cadenti mura medioevali della città vecchia, l'uomo che ha stimolato negli abitanti dei quartieri più antichi, sentimenti di conservazione (un desiderio nuovo di restituire anima e corpo alle pietre lebbrose) Boille, insomma, decise di scovare la sede adatta per il festival di Richter. Inchiodato al suo cantiere di restauratore, Boille pensava ad una sala antica, sì, ma incontaminata dalla storia. Visitò il priorato di St. Cosme e lo escluse. C'era la chiesa dello IX secolo, fondata dai canonici regolari di S. Martino di Tours, divelta al passaggio della rivoluzione; eppoi l'immenso refettorio, leso, ma salvo. Intatto l'angolo di lettura: una specie di podio (musicale) in puro stile romanico. Ma c'erano anche gli otto anni dell'eretico Bérenger, gli ultimi venti del poeta Ronsard, trascorsi nella casetta del priore: una folla di fantasmi, che Richter non avrebbe saputo cancellare. Visitò il castello rinascimentale di Azay-le-Rideau: ovunque incisa, dipinta, scolpita, la salamandra di Francesco I. Escluso. Visitò il palazzo cinquecentesco di Saché; Balzac visse e lavorò qui, per lungo tempo. Balzac più Richter, escluso. Visitò il castello trionfante di Chenonceaux; ma Enrico II, Diane de Poitiers, Caterina de' Medici, Enrico IV, Voltaire, Rousseau lo scacciarono in fretta. Escluso. Infine, capitò per caso a Meslav, antica fattoria costruita nel 1220 dai frati di Marmoutier. Il fienile, lungo 60 metri largo 25, sostenuto da alte travi di quercia che lo suddividono in cinque navate, sembrava una chiesa. « Nel medioevo le case erano simili a chiese », dice Boille. Ora le chiese sono come case. L'acustica si rivelò perfetta. Così dal 1964, il proprietario di Meslay cede per qualche giorno la fattoria a Richter. Il fienile si trasforma in sala da concerto, conservando intatte le amabili imperfezioni, la felicità rurale, il profumo secolare del fieno ed anche il rigore di una linea romanica. Sei giorni di musica e via l'erba accatastata, le zappe, le falci acuminate, le provviste di mangime, i nidi di rondini.
Le Fêtes del '70, suddivise in due week- end, sono state inaugurate dall'orchestra da camera della Filarmonica di Varsavia: 16 giovanissimi solisti, legati dalla presenza autorevole del primo violino, Karol Teutsch e da uno straordinario senso del ritmo. L'indomani, l'Ensemble vocal et instrumental de Lausanne, diretto da Michel Corboz, ha eseguito lo "Orfeo" di Claudio Monteverdi; notata fra le voci soliste quella di Claudine Perret, mezzosoprano. Il terzo giorno, la fattoria ha cospitato una serata che le avrebbero invidiato la Filarmonica del Lincoln Center e il teatro alla Scala. Il folto pubblico, accorso nel fienile da Washington, New York, Berlino, Praga, Roma, Londra, Ginevra e Parigi , ha potuto assistere ad una scena curiosa. Sviatoslav Richter, seduto in prima fila, ascoltava rapito; al pianoforte, Arturo Benedetti Michelangeli aggrediva, carezzava, blandiva, trasfigurava le Sonate di Beethoven. La pioggia picchiava fitto sulle antiche tegole dell'edificio, accrescendo l'incanto. Alla fine. il commento di Richter: «Non è stato un concerto, bensì il monumento a Beethoven; nessuno di noi pianisti arriverà mai all'altezza di Michelangeli». Il venerdì del secondo weekend, serata divisa tra passato e presente. Nella prima parte, il "Magnificat” di Gabrieli e "Cris” di Chana, con Marcel Couraud ed i solisti del coro dell'Ortf; nella seconda, Bartók e Berg con il Quartetto Parrenin; nella terza, ancora Couraud, Messiaen e Xenakis, ascoltati a Venezia nel 1968. Il sabato, l' intramontabile Elisabeth Schwarzkopf. La domenica, il titolare della Festa: Richter. Ed il singolare personaggio che teme più la noia che non l'imperfezione, ha toccato la chiave giusta con le 33 Variazioni di Beethoven su di un valzer di Diabelli.
MYA TANNENBAUM
L'ESPRESSO COLORE, 1970
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